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Voglio che da grande mia figlio abbia una buona autostima: cosa si può fare e per quali ragioni

Il desiderio di avere un’autostima alta è un problema abbastanza diffuso nel mondo occidentale, per le donne in particolare. Il tema poi dell’autostima connesso a quello genitoriale è in grado elicitare una serie di domande rispetto ai compiti educativi: come possiamo favorire lo sviluppo di una buona autostima? Il modo in cui pongo le regole rafforza o mina la fiducia che il bambino ha di sé stesso? Ma la prima preoccupazione sembra essere: se ho un’autostima bassa, come posso aiutare mia figlia a costruirne una buona? Si nasce così?


Diciamo per prima cosa che l’autostima è una valutazione che il bambino fa rispetto al proprio sé. Non è un processo immutabile, ma è un processo cognitivo duraturo che si sviluppa per tutta la vita e ha un fortissimo impatto su come ci si pone verso gli altri, verso le esperienze e verso sé stessi.
L’autostima diventa importante perchè influenza l’autoefficacia, la sensazione di ottenere gli effetti voluti con la propria azione, in altri termini la sensazione di poter padroneggiare le situazioni. Un’elevata o scarsa autostima incidono quindi profondamente sul modo di reagire a tutti i tipi di esperienze, in un circolo che può essere virtuoso o vizioso, poiché le stesse esperienze poi possono essere fonte di conferma o disconferma sulle valutazioni che il bambino fa su di sé.
I bambini con bassa autostima fanno continui confronti, chiedono continuamente protezione e conferma, convivono con un forte senso di inferiorità rispetto agli altri, possono diventare solitari e reagiscono male alle critiche, alle valutazione (verifiche a scuola o competizioni sportive ad esempio). Tendono a retrocedere da eventuali fallimenti e provano disagio o timore davanti al giudizio altrui.


Ma come si costruisce l’autostima nel bambino? L’autostima getta le basi per una modalità stabile di percepirsi, è una costruzione che il bambino fa insieme agli altri, non è qualcosa di monolitico, genetico o dato una volta per tutti. L’autostima non si eredita geneticamente né si sviluppa in solitudine, ma si crea insieme ai genitori, agli educatori e in generale nelle esperienze con gli altri che il bambino fa.
L’autostima fin da piccoli ha a che fare con il rapporto con le figure significative : cosa significa questo? Significa che i bambini all’inizio si agganciano al giudizio degli altri per confermare il proprio valore a partire dalle manifestazioni di amore e approvazione da parte degli altri.


Ma approvazione di cosa? Si può approvare un bambino che si comporta male? La questione è questa: si può approvare o criticare la persona o il comportamento.
Se noi approviamo la persona (ti vorrò sempre bene e ti accetto) ma critico il comportamento (critico l’azione sbagliata es. “non si dice una bugia” va bene, es. “SEI IL SOLITO BUGIARDO” non va bene perché sto definendo negativamente il bambino) allora siamo sulla strada giusta.


Oltre a queste considerazioni generali va detto che autostima significa cose diverse in ogni famiglia.
Una prospettiva innovativa maturata negli ultimi dieci anni attraverso una serie di ricerche empiriche condotte con le famiglie ha mostrato come le conversazioni familiari e i significati valorizzati in ogni famiglia non sono neutri, ma sono in grado di costruire il modo in cui noi vediamo sia la realtà che noi stessi (Valeria Ugazio e colleghi con le ricerche a partire dal 1996 in poi).
In altri termini, essere una persona che vale, degna di valore, capace, non significa la stessa cosa in tutte le famiglie. Se fossimo degli uccellini in grado di ascoltare le conversazioni a tavola la sera, ascolteremmo conversazioni che veicolano significati diversi rispetto all’essere una persona di valore. Non possiamo scoprirle tutte qui, ma ne indichiamo alcune per fare degli esempi e per capire cosa significa che le conversazioni e i valori familiari plasmano il modo in cui ci vediamo e vediamo le esperienze.
Nelle famiglie ci sono valori che sono più salienti di altri: per tutti è importante essere studenti di successo, lavoratori indefessi, mamme amorevoli, amici fidati, ma la gerarchia è molto diversa nelle famiglie.
Ci sono famiglie in cui l’autostima dipende da quanto si è liberi e indipendenti. Cioè sono famiglie in cui centrale è l’idea che una persona è ok, vale, degna di valore, capace se è coraggiosa, forte e autonoma cioè ci si sente libera dalle costrizioni. In queste famiglie le persone con alta autostima saranno gli spiriti liberi, i viaggiatori, chi non ha paura di esplorare, viaggiare. Quelli con bassa autostima saranno i dipendenti, cauti, affidabili, quelli che hanno paura ad andar in giro da soli, che temono di perdersi, che non amano allontanarsi, che prima di tutto tengono in conto la sicurezza e la stabilità. Questo perché nelle famiglie in cui il valore va di pari passo con la capacità di essere liberi e indipendenti ci sono sia persone libere ma anche dipendenti (che fanno, che sono attive e presenti a livello concreto e nelle relazioni..), ma l’ammirazione va tutta per coloro che sanno stare bene anche da soli.
Un altro esempio è costituito da quelle famiglie in cui l’autostima dipende da quanto si è riusciti ad avere successo a affermazione anche materiale, in cui è importante non solo essere ma anche avere un aspetto, un riconoscimento esterno o pubblico di valore. In queste famiglie è centrale l’idea che si è ok se si compete, ci si butta nella competizione e se si vince. In queste famiglie la capacità di negoziare, adeguarsi o fermarsi non è valorizzata ma è vissuta come essere perdenti e quindi la conseguenza dell’accontentarsi è il sentire di valere poco.

Per questa ragione qui la questione non è così semplice.
Capite quindi che non in tutte le famiglie il bambino è portato a valutarsi nello stesso modo, ma bambini e genitori insieme costruiscono l’idea che essere in un certo modo è ok, ma altri modi possono essere non adeguati oppure anche meglio di ok, magari da ammirare.
Ci soffermiamo su questo aspetto di costruzione familiare non per dire che esistono modi sbagliati o migliori di vedere le cose, ma che lo stesso costrutto di autostima non è rigido e stabile, ma per sottolineare che “avere un valore” non è uguale nelle famiglie. Questi modi di vedere la realtà non si escludono reciprocamente ma è come se uno se ne attivasse più di altri quando è il momento di giudicare sé stessi.

Da cosa dipende il fatto che alcune famiglie enfatizzino alcuni tratti e non altri? Per esempio dalla storia della stirpe familiare: ingiustizia subite, abbandoni, traumi da guerra nei nonni, rovine economiche, ma anche una migrazione che ha portato benessere, il fatto di avercela fatta da soli o di aver costruito una serenità con le proprie mani, il fatto di essere stati capaci di tessere relazioni ecc…
Una cosa possiamo ricordarla: La discrepanza tra come si dovrebbe o vorrebbe essere e come ci si sente determina il benessere emotivo: una contrapposizione significativa tra il sé ideale e il sé reale provoca delusione, senso di colpa, frustrazione e imbarazzo.


Cosa possiamo fare quindi per favorire l’autostima nei nostri figli?
La complessità del sé li protegge: ognuno di noi riveste tanti ruoli che diventano protettivi quando uno degli aspetti è sotto attacco. Perché un’elevata complessità del sé protegge dalle oscillazioni dell’umore e dell’autostima? Un evento positivo o negativo ha solitamente solo un impatto diretto su un aspetto del sé, perciò se gli aspetti del sé sono numerosi, un evento avverso colpirà solo una porzione del sé. In che modo si può accrescere la complessità del sé? Facendosi coinvolgere in numerosi ruoli: essere studente, sportivo, tifoso, amico, nipote, fan, musicista ecc. Naturalmente non bisogna istigare il senso di colpa nel bambino se notiamo che non c’è coerenza: es. “ma non eri bravo a…”.
Aiutare i bambini a leggere le proprie emozioni : non solo a esprimerle o controllarle, ma a capirle. E’ chiaro che se siamo spaventati o infastiditi dall’espressione delle emozioni questo inibisce il bambino. Ci sono situazioni in cui è più difficile tenere duro e non farsi angosciare e altre in cui non capiamo bene perché è così spaventato o altre in cui siamo magari proprio infastiditi ma mettiamo in primo piano la nostra emozione diventa difficile aiutare il bambino ad accettare un’emozione negativa e gestirla.
Gli stereotipi che noi abbiamo si riflettono suoi nostri figli…lasciamoci stupire!

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